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L'edificio

Il Liceo di Como occupa l'edificio dell'antico Monastero di Agostiniane intitolato a Santa Cecilia, ma detto comunemente, fino alla soppressione napoleonica, di Santa Croce.Il Monastero, sorto intorno alla metà del XIII secolo, dal 1270 ebbe impulso decisivo dalla famiglia Lucini e dal convergente sostegno dei Francescani e del vescovo Leone Lambertenghi. L'edificio insiste, sul lato meridionale , sulle mura di cinta romane di età imperiale, presso una delle porte romane, l'unica di cui si siano ritrovate imponenti vestigia sotterranee, ritenuta la Porta Pretoria dioclezianea, distrutta dai Milanesi nella Guerra Decennale contro Como (1118-1127).

Della più antica chiesa del monastero si sono perdute le tracce, ma doveva essere ubicata a sud, presso l'attuale portineria. Fu sostituita dalla chiesa che costituisce il nucleo centrale del corpo di fabbrica in facciata del Liceo, sulla via Cesare Cantù, già "contrada delle Meraviglie", antico cardo dell'impianto romano (o decumano? La discussione archeologica è aperta).

La Chiesa di Santa Cecilia fu conservata per esplicita volontà dell'autorità politica francese in funzione di cappella scolastica, perché ritenuta adatta a ospitare una settantina di studenti. L'edificio religioso, oggi ancora officiato, è di proprietà comunale, come i locali scolastici. La chiesa fu costruita dal 1573, affidando l'appalto all'architetto Bernardo Folla da Osteno (località italiana sul Lago di Lugano), lo stesso architetto che fu successivamente impegnato nel sopralzo della Torre Maggiore di Pavia (1583). La nuova ubicazione della chiesa dovette essere scelta in funzione scenografica, in asse con la Contrada dei Ratti, come fondale dei percorsi processionali cittadini. La chiesa era "doppia" in attuazione delle norme tridentine: la chiesa "interna", riservata alle monache di clausura, fu eliminata per ingrandire lo spazio dell'ex-chiostro nell'attuale cortile porticato di ordine tuscanico; la chiesa "esterna", che ancora si può ammirare, è il migliore esempio di spazio religioso barocco sopravvissuto in Como alle demolizioni: la sua opera più prestigiosa era la pala dell'altare maggiore con i Santi Cecilia, Valeriano e Tiburzio visitati dall'angelo, dipinta e firmata da Orazio Lomi Gentileschi, uno dei maggiori pittori caravaggeschi . La tela fu portata alla Pinacoteca di Brera nel 1801. In anni recenti fu riconosciuta la sua provenienza comasca, quindi la sua datazione precocissima (1606/1607) , di grande importanza per la cronologia degli studi sui pittori caravaggeschi. Nel corso del '600 la chiesa fu abbellita con gli stucchi di Giovanni Battista Barberini, di Laino Intelvi, e le statue di Pietro Lironi, con gli affreschi del milanese Andrea Lanzani, e le tele di Giovanni Stefano Montalto e Filippo Abbiati.

Il monastero fu ampliato verso nord su disegno dell'ingegnere camerale Carlo Francesco Silva nel 1716, allorché il progettista si trovava già impegnato in Como nell'ampliamento della chiesa dell'Annunciata.

Il progetto di adattamento a Liceo e Biblioteca civica dell'edificio, scelto fra tanti per la sua ubicazione prestigiosa, appena dentro le mura, superata la grandiosa Porta Torre romanica (fine XII sec.), fu affidato all'architetto neoclassico ticinese Simone Cantoni di Muggio, che vi si applicò con diversi progetti dal 1804 all'anno di morte, 1818. La sua opera fu proseguita con variazioni progettuali, da un altro architetto ticinese, Biagio Magistretti, rigidamente fedele a Vitruvio.

Gli interventi del Cantoni (Biblioteca, Sala di Fisica, caloni, facciata ) sono ammirevoli per la capacità di adattamento e l'elasticità del pensiero progettuale, che sa guardare alle norme classiche senza soggiacervi: dai suoi appunti conservati a Bellinzona (Archivio Cantonale) si rileva l'ispirazione al Pantheon, quanto, insospettabile, l'attenzione al Palazzo Massimo alle Colonne di Baldassarre Peruzzi in Roma, per la tormentata rielaborazione del progetto della facciata (1817) con riutilizzo di otto colonne tardo-romane in marmo cipollino, asportate dalla soppressa chiesa di San Giovanni in Atrio, il battistero paleocristiano di Como (sec.V).

Gli interventi del Magistretti (ornamentazione del cortile, rifacimento dell'ala nord con la Grande Aula dei Premi, dal 1820) sono accompagnati da vasti cicli a stucco, opera dei ticinesi Pietro Ferroni (figure) e Diego Marieloni (architetture e ornati), contemporaneamente impegnati nei lavori all'Università di Pavia.

 

 


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